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Di solito succede agli altri. Questa volta è toccato a me!

Di solito succede agli altri. Questa volta è toccato a me! - Mètexis, per il sociale
La storia di violenza e del calvario conseguente è reale, ma l'autrice ha scelto l'anonimato.
Sono passati esattamente nove anni dalla bruttissima aggressione di cui sono stata vittima, ma ricordo come se fosse ieri che una settimana prima dell’accaduto lessi sul giornale di una violenta rapina ai danni di due ragazzi. Appartati in macchina su una collina della mia città, Firenze, che qualcuno ancora si ostina a chiamare culla del Rinascimento laddove meglio sarebbe definirla culla del degrado, furono sorpresi a suon di bastonate scagliate contro la carrozzeria e i finestrini. Per loro fortuna si trattò più di una spiacevole disavventura in quanto gli aggressori non procedettero oltre e non venne fatto del male ai ragazzi. Io, sbalordita, mi rivolsi a mia sorella dicendo che se mai toccasse a me una cosa del genere certo ne morirei. Ma queste sono cose che si leggono sul giornale, impossibile che succeda a noi, vero? Eppure, esattamente una settimana dopo sarebbe proprio toccato a me e con conseguenze assai peggiori. Rievocare l’accaduto mettendolo nero su bianco non è certo piacevole per me. Scrivere non è raccontare a voce, scrivere ti obbliga a rivivere ogni momento in ogni lettera che digiti senza possibilità di sfogo. Sei sola col foglio, faccia a faccia con il passato. Ma sono comunque pronta a rivivere questo episodio esclusivamente affinchè la mia brutta esperienza sia un monito per tutti i giovani e nel fare questo voglio vivamente ringraziare chi mi sta dando la possibilità, attraverso questo sito, di far conoscere la mia storia. Purtroppo di episodi come i miei ne è piena la cronaca, spesso con esiti più drammatici, e credetemi, ogni volta mi si stringe il cuore quando sento di certe aggressioni perchè conosco quello che la vittima può aver provato. Purtroppo la cronaca ne è piena e le vittime sono quasi sempre i giovani perchè l’incoscienza dei ragazzi e la credenza radicata di essere immuni da qualsiasi violenza ci porta ad agire senza pensare, senza valutare. Ci dimentichiamo del pericolo, chissà perchè si crede sempre che non possa toccarci mai. A mie spese ho imparato invece che nessuno è purtroppo immune dal male e bisogna prendere atto delle esperienze altrui per imparare. Quando, dopo essere stati a bere una birra, M. [per rispetto a lui, il nome è di fantasia anche se puntato], il ragazzo con cui quel mercoledì ero uscita, portò la macchina in un parcheggio isolato prospiciente dei binari ferroviari, io non diedi minimamente peso al fatto che era un luogo isolato e poco illuminato. Se avessi ricordato quello che era successo a quei due ragazzi una settimana prima e che tanto mi aveva impressionato, forse non mi sarebbe successo niente, perchè avrei esortato M. ad andare via da quel luogo. In certi casi dovresti connettere la parte razionale del cervello invece di lasciar libera quella emotiva. Non si vive più in un paese dove puoi permetterti di sognare all’aperto sotto le stelle o di cercare intimità in una macchina. Io e M. ci eravamo spostati nei sedili posteriori, tutto filava liscio, stavamo parlando fino a quando un colpo sordo ha interrotto non solo quel mercoledì sera, ma anni della mia vita. Il tempo di realizzare quel rumore, che il finestrino del lato guida andava in frantumi. Ho pensato allo scherzo di qualche ragazzino... povera illusa fino alla fine, illusa che spaccare un finestrino possa essere solo per scherzo. Pensate, sicura di ciò, non ho nemmeno lanciato un urlo! Ho realizzato che non si trattava di uno scherzo solo quando ho visto il volto di M., accanto a me, ricoperto interamente di sangue e lui che urlava di andarsene a qualcuno che non riuscivo a vedere poichè ci teneva puntata negli occhi la luce di una torcia, torcia che poi M. ha colpito e fatto cadere in terra. E’ stato in quel momento che ho udito un altro colpo secco provenire dalla mia destra. Mi sono voltata e istintivamente ho portato la mano sinistra verso il viso. Gesto istintivo che forse mi ha salvato la vita. Perchè con quella mano ho parato il colpo di una roncola diretta verso il viso o il collo stesso. Il colpo è stato così forte che il pollice ha subito il quasi totale distacco della prima falange....in poche parole, metà pollice mi penzolava distaccato dal dito. Allo stesso tempo, il mio aggressore mi prendeva per i capelli e mi strattonava infamandomi e intimandomi, in un italiano stentato, di dargli “l’oro”, ovvero i due bracciali che avevo al polso. Perchè non se li prendeva da solo? Perchè aveva le mani occupate: con una mi teneva immobilizzata per i capelli e con l’altra mi teneva la roncola al collo. Con il pollice praticamente staccato non riuscivo a togliermi i braccialetti che erano al polso destro. In preda al panico lo imploravo di non farmi del male, che gli avrei dato tutto ma che non riuscivo a sganciare i bracciali. E’ stato solo in quel momento che lui ha lasciato la presa dei capelli per prendersi i miei bracciali, l’orologio e strapparmi dal collo una catenina. Io intanto gli buttavo fuori dal finestrino la mia borsa e tutto ciò che mi veniva alle mani, sperando di accontentarlo il più possibile. Nel frattempo, l’altro aggressore chiedeva ripetutamente a M. le chiavi della macchina, ma M. continuava a dire di non averle. Io sapevo che le aveva lui e gli urlavo di dargliele. Ringrazio ancora il Signore mille volte che M. non mi ha dato ascolto. Se loro avessero avuto le chiavi avrebbero aperto la chiusura centralizzata della macchina e a quel punto avrebbero davvero potuto fare quel che volevano con noi, ma immagino soprattutto con me. Le intenzioni erano chiare visto che l’aggressore dalla mia parte già aveva infilato una mano sotto il mio cappotto, toccandomi il seno. E’ stato in quel frangente che M., distraendo il suo aggressore, è riuscito a saltare davanti, a mettere in moto l’auto e a scappare. Solo in quel momento ho capito che eravamo salvi e ho sfogato la mia paura. In tutto il tempo che siamo stati nelle loro mani, infatti, non ho mai emesso nemmeno un grido, di aiuto o di paura. Mai, durante tutta quella infinita mezz’ora. Non so cosa il cervello realizzi in quei momenti, ma io sapevo benissimo che era inutile urlare, che eravamo soli e che nessuno avrebbe potuto aiutarci. Ho mantenuto, se così si può dire, la calma. E’ ovvio che non si tratta della calma nel vero senso della parola. E’ la calma della rassegnazione, dell’impotenza, del sapere che tutto quello che può succedere non dipende più da te. E’ la calma di chi implora il Signore che tutto finisca il prima possibile. Come? Con la morte. Si perchè non ho mai pensato nemmeno un istante che potessi uscirne viva. Non speravo certo nell’arrivo di qualche super eroe che mi liberasse da quella presa, ma neanche speravo che loro se ne andassero soddisfatti del bottino. Volevano di più, volevano la macchina, e più M. continuava a dire loro di non avere le chiavi, più loro diventavano aggressivi e irrequieti. Dalle offese ripetute erano passati a minacciarci chiaramente che se non avessimo dato le chiavi ci avrebbero ammazzati. Dentro di me pregavo si, ma questa era la mia accorata preghiera: “Gesù ti prego, fa’ finire tutto alla svelta, fa’ che mi ammazzi alla svelta!”. Ricordo come se fosse ora che ripetevo dentro di me queste parole. La speranza era che quella roncola, tenuta fissa alla mia gola, me la tagliasse alla svelta. La paura era troppa per resistere ancora! La furia che avevano questi due individui non è dicibile. Probabilmente erano anche sotto effetto di stupefacenti, visto le pupille dilatate, prive di sguardo, e il pallore “artificiale” dei loro volti. Una volta che siamo riusciti a scappare siamo corsi alla prima caserma dei carabinieri, ma non ha risposto nessuno. Siamo volati quindi a casa di M. Potete solo immaginare per la sua famiglia cosa sia stato essere svegliati verso le due di notte e ritrovarsi il figlio che era una maschera di sangue e me che piangevo e strillavo arreggendomi, nel vero senso della parola, il pollice semi-staccato nel palmo dell’altra mano. Ma il calvario era solo all’inizio. Non avremmo mai immaginato cosa ci sarebbe toccato poi. M. fu subito dichiarato “miracolato” dai medici che sostennero che con la botta ricevuta sarebbe, come minimo, dovuto entrare in coma. Il colpo sordo che avevo udito all’inizio dell’aggressione era stato infatti il colpo dato al finestrino, lato guidatore, con un machete. Con lo stesso machete, l’aggressore aveva poi colpito M. alla tempia spaccandogli un frammento di cranio. Ecco da dove era provenuto tutto il sangue che aveva ricoperto il suo volto. Nelle varie operazioni che ha avuto gli è stata poi messa una placca alla tempia per “ricoprire” il vuoto nel cranio. Per quanto mi riguarda ho subito operazioni su operazioni al dito. L’ospedale dove fui portata infatti, non è assolutamente specializzato in ortopedia, ma vollero ugualmente operarmi. Dieci giorni dopo “si accorsero” che avevo il dito in necrosi e dovettero farmi letteralmente a pezzi il pollice. Senza anestesia, quattro dottori si affaccendarono con un bisturi a togliermi la parte necrotica, portando via il marcio del dito, ma anche il buono. Il dolore che ho provato non è spiegabile. A oggi, ormai poche cose riescono a dolermi seriamente. E’ stata una vera tortura, pezzettini di pollice tagliati via via come quando si lima un pezzetto di legno per creare una punta. Con il bisturi in mano, tra un pezzo di carne tagliato e un altro, non erano in grado di decidere cosa avrebbero dovuto poi fare. L’unica idea che venne al dottore che mi aveva operato fu di invitare i miei genitori, che si disperavano con me, accanto a me, a una conferenza sui tendini. Esattamente così. Lascio a voi ogni commento. Capito che erano un branco di incapaci, mio padre mi portò di corsa in una clinica privata, dove seppe che operava un chirurgo specializzato negli arti, diventato famoso per aver letteralmente riattaccato una mano a un pilota di formula uno. Fu questo chirurgo a salvarmi in tempo il dito, o meglio, quel che ne restava. Un giorno in più e avrebbe dovuto amputare tutto il pollice. Anche qui ho subito tante operazioni, prima per salvare appunto il dito, poi per fare un “ritocco” estetico. Avevo infatti perso tutta la prima falange, avevo cioè il dito a metà, proprio nel punto dove il pollice si piega. Immaginate cosa significa un giorno togliere le fasce e vedere che ti manca mezzo dito. Ho sempre saputo che comunque l’importante era che fossi viva, ma a vent’anni e dopo tutto lo shock subito, anche quella “scoperta” andava ad aggravare il mio stato d’animo. Immaginate poi il dolore che ogni santissimo giorno mi esplodeva nel pollice. Avete presente come pulsa un dito quando ti fai anche solo una piccola ferita? Moltiplicate per mille quel pulsare e forse capirete una parte di quello che è stato per settimane il mio dolore. Comunque il dito in qualche modo c’era, questo era importante, che ancora potessi utilizzarlo. Certo se c’era, era stato grazie a questo chirurgo e non all’ospedale, a causa del quale metà pollice se n’era andato. E c’era a un suo prezzo, ovviamente. E mi chiedo dunque: ma se in quel momento la mia famiglia non avesse potuto sostenere le spese delle tante visite e operazioni in privato, cosa avrei dovuto aspettarmi dall’ospedale??? Niente, è ovvio. Mi avrebbero amputato il dito alla base e pace. Tutto ciò sarebbe stato evitabile mandandomi fin dalla prima volta a operarmi in un altro ospedale, che ha un buon reparto di ortopedia dove opera tra l’altro l’equipe formatasi proprio dal “mio” chirurgo privato. Ma no, bisognava operare lì, non si può cedere il passo ai migliori e rimetterci la faccia. Avrei tante cose da raccontare ancora, ma forse anche troppo intime per essere dette e che riguardano la gratitudine che devo a Dio per essere viva. Gratitudine che riservo anche a M., che nonostante la gravissima ferita ha saputo tener duro anche proprio per la mia presenza, per avere la forza di mettere in salvo entrambi. Se non fosse stato per la sua tenacia, non so come sarebbe finita. Devo inoltre ringraziare vivamente coloro che hanno lavorato a questo caso, e cioè i carabinieri. Persone veramente umane, che hanno lavorato giorno e notte per trovare i colpevoli e che ho sentito vicino sia per la loro incrollabile efficienza, sia per la loro umanità. I miei “angeli custodi”, così li chiamavo in quei giorni e tuttora li chiamo.

[Colgo l’occasione per fare un appunto che elude dalla mia storia ma che nasce impellente. Si vergognino profondamente tutti coloro che, durante manifestazioni o sui muri delle nostre città, hanno sbandierato slogan, che definire tristi è solo un educato eufemismo, contro i carabinieri invocando per loro il ripetersi di un episodio triste come quello di Nassiria. E con questi si vergognino quei politici che tacitamente hanno dato il loro accordo a tali slogan accogliendo nelle manifestazioni da loro organizzate queste frange di dementi. Meglio sarebbe per voi pregare il Dio, nel quale tra l’altro non credete, che non abbiate mai bisogno degli “infami sbirri”]
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Grazie ai carabinieri i due aggressori sono stati trovati e arrestati in quasi tre settimane. Si trattava di due fratelli albanesi, quello “mio” di soli 21-22 anni, quasi l’età mia, che all’epoca avevo 20 anni. I due erano “specializzati” in certe modalità di rapine. Ne avevano già compiute infatti otto di aggressioni del genere, ma negli altri casi non c’erano stati feriti. Il processo è stato un altro duro scoglio da superare. Ancora tanta paura da ingoiare, quando ho dovuto riconoscere il mio aggressore così, davanti a lui, occhi negli occhi. Questa è la protezione che è riservata alle vittime. A me era stato riconosciuto un danno di 350 milioni di vecchie lire, che ovviamente non ho mai visto e per questo convertiti in pena. Penso che una parte almeno, anche minima, avrebbe dovuto versarla lo Stato, dal momento che permette la libera circolazione sul nostro territorio di certi delinquenti. Se non altro avrei potuto coprire i costi delle varie operazioni fatte in privato, nonchè le spese che dopo ho dovuto sostenere, e che tuttora sostengo per le visite di controllo, per curarmi una brutta depressione seguita all’aggressione. Finito infatti il processo e le operazioni, sono crollata. Tutte le forze che fino ad allora mi avevano sostenuto per affrontare il tutto mi hanno abbandonato di colpo. Mi sono ritrovata in uno stato di costernazione quotidiana, il mio risveglio era segnato dal pianto improvviso e immotivato, risveglio che poi avveniva sempre in tardissima mattinata, non avendo la forza nemmeno di alzarmi dal letto. La depressione è una malattia tremenda, subdola, che mina la tua vita alla base, non ti permette di agire, di fare più niente. Io adesso ho infatti 29 anni, ne sono passati nove da quella nottata e ugualmete nove da quando mi sono iscritta all’università. Nonostante il mio interesse per lo studio e la grande capacità di studiare che avevo, ancora devo laurearmi per la triennale. Causa i continui sbalzi di umore con cui ho sempre dovuto combattere. Dall’aggressione sono uscita viva, non sono morta come avrei creduto se mai mi fossi trovata in certe situazioni, ma in qualche modo alcune cose della mia vita sono state rovinate. Nonostante ciò sono una persona sempre socievole e allegra con tutti. Loro non mi hanno tolto la fiducia negli altri, quello no, ma ho imparato che bisogna guardare alla vita sempre con gli occhi ben aperti. Come dicevo, questo paese non è più un paese dove ci si può abbandonare a sognare su un campo o in riva al mare di sera, come si faceva una volta. Certe emozioni ce le hanno rubate per sempre perchè all’angolo c’è sempre qualcuno per cui usare violenza è un diritto e un dovere. Di tutto, mi resta solo una grande rabbia verso chi, pur avendo i mezzi, non mette un freno a questa violenza che dilaga come una macchia d’olio, impunita e quasi incoraggiata.
C.B.