Sul problema casa recenti indagini
di settore evidenziano un vero e proprio disagio abitativo con famiglie che, per vivere in affitto, intaccano del 30-50% il reddito familiare.
Una nuova politica per la casa deve necessariamente assumere quale obiettivo privilegiato l’ aumento dell’ offerta degli alloggi in affitto, prevedendo diverse tipologie di canone (comunque ridotto rispetto a quello di libero mercato), così da poter rispondere in modo concreto, alle tante e sempre più diversificate attese dei cittadini più deboli e svantaggiati.
Sono dati allarmanti quelli che impongono politiche abitative nuove, soprattutto lontane dalle vecchie logiche che caratterizzano, e hanno caratterizzato, l’edilizia pubblica degli ultimi decenni.
È innegabile come in Italia vi sia l’esigenza di una vera e propria riforma che individui con chiarezza le responsabilità di ogni soggetto implicato. È necessario dunque un surplus di sussidiarietà che, puntando sul social housing, renda protagoniste le amministrazioni dando efficacia alle politiche abitative.
Promuovere il social housing significa mettere a disposizione case ad affitto calmierato per tutte quelle categorie sociali che appartengono alla cosiddetta fascia debole: i nuclei familiari o le giovani coppie a basso reddito, gli anziani in condizioni sociali o economiche svantaggiate, gli studenti, gli impiegati fuori sede o gli immigrati regolari. Tutte categorie sociali che, a fronte dell’attuale costo della vita, non riescono a star dietro alle spese e quindi ad avere una vita decorosa.
L’attuazione di una vera politica disocial housing necessita principalmente di tre mosse:
1)– abbattimento del costo delle “aree destinate”, che devono essere date in gratuità o semi-gratuità, così come avviene in altri Paesi,
soprattutto di stampo anglosassone, come il Regno Unito e il Canada. Paesi che si basano sul modello «Right to buy» britannico. E questo deve accadere specialmente nel caso di aree dismesse del patrimonio pubblico, o di proprietà di fondazioni, università o simili. Quel che certo non manca alle amministrazioni sono le aree inutilizzate.
2) – miglioramento del meccanismo dei contributi: invece che distribuirli a pioggia, con il risultato di non favorire i migliori e scontentare tutti, sarebbe molto più utile far partecipare le realtà locali all’abbattimento del costo del denaro per arrivare a ridurre, alla fine della filiera, il canone dell’affitto. Per abbattere il costo del denaro, in molti Paesi europei lo Stato e i Comuni erogano alle aziende che si impegnano a costruire in social housing prestiti e mutui a tassi calmierati. Questo implica, da parte dei Comuni e delle Regioni, uno sforzo in ricerca tecnologica, in qualità dei materiali e dei progetti, in risparmio energetico e in eco-sostenibilità, mantenendo tempi di realizzazione al passo con la modernità (da 6 mesi a un anno), e non al passo «italiano», che va dai due anni in su.
Le prime due mosse, che attribuiscono agli operatori sociali e alle amministrazioni locali le responsabilità maggiori, ne implicano una terza di competenza dello Stato:
3)- l’abbattimento dell’IVA sull’affitto della prima casa. La defiscalizzazione sull’affitto della prima casa è il primo e più importante contributo che lo Stato può e deve garantire al social housing, e di cui l’amministrazione locale non può non farsi promotrice e sostenitrice.
Con una vera politica del social housing, oltre a fronteggiare il fabbisogno abitativo, si potrà operare una vera e propria riqualificazione dell’ ambiente urbano entro cui le residenze trovano spazio, proponendosi come antitesi dei vecchi quartieri dormitori delle periferie italiane degli anni 70.
