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Il lavoro è mobile?

Il lavoro è mobile? - Mètexis, per il sociale
L'Italia era fatta a "scale" 
di Maurizio Guarino

La condizione occupazionale dei laureati rivela l'immobilità sociale dell'Italia...

 

l’Italia delle “Caste Sociali”. Il Bel Paese in grave “stallo sociale”. Classi come impermeabili, verso l’immobilità, da cui è difficile emanciparsi e in cui è ancora più difficile entrare. Una tuta sociale “di protezione” degna del Moto GP. La realtà dell’Italia è sempre più quella di una collettività statica, dove la mobilità va progressivamente scomparendo. La forbice si è allargata. Nell’arco di dieci anni, la famiglia ricca rimane ricca o sempre più ricca, la povera sempre più povera. Ben venuti nel terzo mondo: addio middle-class.

L’immobilismo e la vischiosità che caratterizza l’attuale struttura sociale produce una nuova, ma non inedita, attrazione verso le logiche di ceto. Finita l’illusione dell’imborghesimento di massa, come processo di omologazione di consumi e stili di vita più che come reale crescita verso l’alto, le dinamiche corporative hanno ripreso il sopravvento e il rinserrarsi nelle identità di ceto diventa l’elemento di distinzione in una società in cui si è annichilita la spinta alla mobilità verticale, vero ed unico motore del cambiamento sociale.

La condizione occupazionale dei laureati rivela l'immobilità sociale dell'Italia. E nelle professioni liberali tutto questo diventa "ereditarietà" del lavoro svolto. "Il 44% dei padri architetti ha un figlio (maschio) laureato in architettura; il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio; il 41% dei padri farmacisti ha un figlio con lo stesso tipo di laurea; il 39% dei padri ingegneri ha un figlio ingegnere; il 39% dei padri medici ha un figlio laureato in medicina". È quanto rivela il "X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani" realizzato dal Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che fotografa linee di tendenza, occupazioni e retribuzioni dei laureati in Italia.

A un anno dalla laurea le differenze fra uomini e donne in termini occupazionali risultano in calo. La differenze di genere diminuisce anche per la disoccupazione ma "questo non significa - rileva AlmaLaurea - che le laureate non rimangano sfavorite dal punto di vista occupazionale rispetto ai colleghi maschi. Il tasso di attività femminile tra le neo-laureate è sceso significativamente, segno di un allontanamento (determinato dalla sfiducia?) dal mercato del lavoro. E anche per stabilità e retribuzione il divario di genere permane, tutto a svantaggio delle donne".

In termini occupazionali le differenze Nord-Sud sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi sette anni, superiori ai 21 punti percentuali. Tra i laureati del 2006 lavora il 66% dei residenti al Nord e il 43 % di quelli al Sud. A un anno dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati risulta pari a 1.040 euro, rimanendo invariato rispetto alla precedente rilevazione (1.042 euro). A tre anni sale a 1.183 euro; a cinque anni il guadagno è di 1.342 euro (era di 1.316 nella precedente indagine). Ma con riferimento ai salari reali diminuisce il potere d'acquisto: "tenendo conto dunque della svalutazione avvenuta in questi anni, emerge che, nel 2007, un neo-laureato guadagna meno di quanto guadagnasse il suo collega cinque anni prima. Fatto cento il guadagno del laureato del 2001, il laureato del 2006 guadagna 92,9, ancora meno dell'anno precedente (94,7)". Chi guadagna di più? Ai primi posti, dopo cinque anni, i laureati dei gruppi medico e ingegneria (rispettivamente, 2.013 e 1.648 euro); all'estremo opposto i laureati dei gruppi psicologico (999 euro), insegnamento (1.052), letterario (1.122). "Alla stabilità lavorativa corrisponde generalmente un migliore riconoscimento retributivo. Tra gli occupati a tempo pieno, a cinque anni dalla laurea, il differenziale stabili-atipici è del 14%. Così, mentre da più parti e da tempo viene sottolineata la necessità di retribuire di più la flessibilità del lavoro, con ciò favorendo anche il processo di stabilizzazione, il quadro esaminato ci dice invece che i laureati stabilizzati sul posto di lavoro guadagnano 1.485 euro, mentre gli atipici arrivano a 1.301 euro".

Dopo cinque anni dalla laurea lavora all'estero il 3% dei laureati occupati italiani. Si guadagna di più: in media 2.078 euro contro i 1.332 dei laureati italiani. Quasi la metà di coloro che si trasferiscono lo fa per migliori offerte di lavoro. Chi lascia l'Italia in cerca di un lavoro migliore sceglie soprattutto il Regno Unito, la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti. "Rispetto al complesso dei laureati italiani - scrive il Rapporto - gli occupati all'estero ricoprono maggiormente posizioni di funzionario, direttivo e quadro (18% contro l'8%) e ricercatore (10% contro l'1%); chi lavora all'estero reputa le aziende nelle quali svolgono la loro attività competitive e dinamiche". Più elevati risultano anche i livelli di soddisfazione: prestigio ricevuto dal lavoro, prospettive di guadagno e di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza e autonomia sul lavoro.

Anche l’indagine eseguita da esperti di Bankitalia, fotografa due diversi periodi - gli anni 1989-1998 e 1995-2004 - e mostra che, con il passare degli anni, la possibilità di muoversi sulla scala sociale si è ridotta sensibilmente, facendo dell’Italia un Paese ancor più ingessato. Nei nove anni tra il ‘95 e il 2004 infatti, la mobilità è stato un fenomeno che ha interessato meno di un quarto delle famiglie italiane: circa il 13% ha sperimentato movimenti verso l’alto, mentre circa l’11% è precipitato in una classe inferiore. Il dato più significativo è però che nel complesso il 44% delle famiglie italiane è rimasto, per tutti i nove anni presi in considerazione, nel segmento più basso della società, senza mai distaccarsi, neanche per un anno o due, dalla classe più povera.

Il pochissimo “refresh” avviene generalmente tra livelli vicini, mentre le famiglie al top della scala sociale, così come quelle al fondo, hanno appena il 5% delle possibilità (a dir bene…) di spostarsi in modo permanente ai due estremi della società, saltando i gradi intermedi. In dettaglio, secondo i dati di Bankitalia, il 75,3% delle famiglie che nel 1995 si trovavano della classe più bassa della società (divisa in 4 classi) mantenevano nel 2004 la stessa posizione sociale (pur con qualche minimo e temporaneo scostamento nella classe superiore).

Allo stesso modo il 75% delle famiglie più ricche si è ritrovato a nove anni di distanza esattamente allo stesso livello. Il 19,9% è sceso di un gradino e il 4,1% di due gradini. Appena l’1% è precipitato all’ultimo scalino della scala sociale, ancora meno del 3,6% che é invece saltato in alto dal livello più povero a quello più ricco.

La probabilità di muoversi dipende fortemente dalla posizione nella quale si ha la fortuna (non il merito) di nascere. Si tratta di un fattore particolarmente importante quando si parla di mobilità verso l’alto. L’accesso alla classi superiori sembra infatti impossibile per le famiglie che si trovano al gradino più basso della scala sociale. Niente da fare invece per le altri variabili socio-economiche: il livello di istruzione, la professione o l’età del capofamiglia non riescono a spiegare la mobilità tra classi sociali.

La giustizia sociale e la meritocrazia sono molto lontane dallo scalfire baronati, caste, nepotismi, l’hobby, mafie, concorrenza e liberalizzazioni, etc. etc. . Una delle prime e devastanti conseguenze? La fuga dei cervelli italiani all’estero ed un popolo sempre di più alla fame e senza servizi. Il Movimento per l’Italia sarà precursore.

Maurizio Guarino 
Socio Fondatore MPI