Mi sono separata da mio marito Marco dodici anni fa, dopo quasi vent’anni d’inferno.
L’avevo conosciuto nel ’73 ma ci frequentava raramente. Mi diceva che doveva studiare e io gli lasciavo il tempo necessario.
Erano passati solo due anni dacché l’avevo conosciuto quando, a causa di una colica epatica persistente da docici ore, sono stata ricoverata in ospedale.
Erano i primi di novembre: una giornata fredda, nebbiosa e quel dolore lancinante che, dal quadrante addominale destro, s’inerpicava su per la spalla e mi faceva dolere la schiena. Vomitavo bile in continuazione. Cosa mi stava accadendo? Avevo avuto solo qualche mal di testa, nell’ultimo anno. Niente di importante.
Ero stata un’atleta che gareggiava a livello nazionale, ottenendo talora dei piazzamenti di tutto rispetto. In quel periodo andavo anche a cavallo, pattinavo, frequentavo un corso di judo. Una vita per buona parte consacrata allo sport.
Ma, alla fine di quel maledetto novembre, la mia vita si capovolge inesorabilmente.
Ero stesa sul tavolo della sala operatoria a seguito di un intervento di colecistectomia quando, spalancando gli occhi, ho visto una sacca di sangue appesa in alto, al sinistra. A destra c’era un contenitore di vetro e metallo con un mantice nero che si gonfiava e sgonfiava. Ero lucida.
“Proviamo a spegnere” è stata la proposta di un medico.
Così è stato fatto. Non respiravo, nè avvertivo alcuna mancanza d’aria e sono tornata nel chissadove da cui ero venuta.
Un secondo risveglio e una voce dice:
“Se non ce la fa adesso, muore”.
Tutta la forza e la grinta che impiegavo nelle corse d’atletica, nel pattinaggio, negli esercizi di judo s’è concentrata dentro di me. Dovevo farcela, a tutti i costi. Ed ho respirato da sola. Sopra di me, quella lampada che emanava una luce violenta e le teste di quel drappello di persone vestite di verde che mi guardavano, parlottavano, irrequiete ed ansiose. Certi momenti rimangono stampati nella memoria. Ma mai avrei immaginato che, quel momento rappresentava il primo anello di una lunga catena di avversità che mi vanno via via imprigionando.
Quasi un mese d’ospedale ed eccomi a casa. Peso 34 chili anche se indosso la vestaglia di lana lunga fino ai piedi. Prima del ricovero ne pesavo 47. Capisco perché qualche infermiera mi chiamava “bambina”, dandomi non più di dodici anni. Mia madre dice la carnagione del volto è grigia. Non voglio guardarmi allo specchio. Sono sempre seduta sul letto, notte e giorno e non solo a causa della ferita che parte da appena sotto lo sterno per arrivare all’ombelico. Mi gira la testa se mi distendo, sto tutt’altro che bene.
I giorni scorrono grigi ed uguali, sto sempre male. Fuori piove oppure s’alza la nebbia. Marco viene a trovarmi di tanto in tanto. Non a tutti piace sostare al capezzale delle persone malate. C’è da capirlo, mi dico.
Il periodo della mutua finisce. E’ trascorso un mese sì e no e devo tornare a lavorare. Il fatto è che non digerisco più niente. I medici mi hanno detto che è perché la bile, ora, cola nello stomaco, non c’è più nessuna cistifellea che svuoti il suo contenuto nell’intestino. Ne vomito forse un po’ troppa ma, quel che è peggio, vengo colta sempre più spesso da quei dolori tremendi che si chiamano coliche e che ho avuto modo di conoscere la notte precedente il ricovero, fino a pomeriggio inoltrato.
Mi sento molto debole ma penso che non potrebbe essere altrimenti, sentendomi spesso male e nutrendomi quasi di niente, sempre le stesse cose. Oltretutto devo trovarmi nella scuola dove lavoro per mezzogiorno e dovrei mangiare insieme ai bambini. Non posso. Mi tengo in borsetta uno yogurth e un formaggino. Il mio “pranzo” consiste in queste due misere cose.
Passa il tempo e sto peggio. Ormai le coliche addominali insorgono la mattina presto: trafitture che mi svegliano all’improvviso come una lama che mi trafigge, che toglie il respiro. Un dolore insopportabile al punto che, oggi posso dire che sono meglio le doglie, poiché hanno una leggera interruzione tra l’una e l’altra.
L’unica soluzione è di ficcarmi due dita in gola e vomitare. Una due, tre, dieci, dodici volte, una via l’altra. Poi, a lavorare. Ho tirato avanti così per circa un anno e mezzo. Ricordo che c’era una maestra, nella scuola in cui insegnavo che, vedendomi magra e con l’aria sofferta, mi caricava di rimproveri e questo non faceva altro che farmi sentire ancor più diversa tant’è che, tornata a casa, piangevo a causa di quelle umiliazioni continue e alla mia impossibilità di reagire.
Lui, Marco, arrivava il sabato sera, quando il peggio era passato. Non sottolineavo il mio stato: non mi
Andava di piangermi addosso. Ma, una sera, mentre ero da sola alla guida dell’auto in una via della città, ho avuto un malore improvviso e mi sono accasciata sul clacson. Per fortuna sono stata soccorsa. Coliche, il cuore che andava all’impazzata, braccia e gambe formicolanti e insensibili, quel tamburellare impazzito nel centro del petto che mi impediva di pronunciare mezza parola, rendendomi difficile l’atto del respirare. Ero forse in fibrillazione, non so. Ho fatto capire al ragazzo che mi ha soccorsa che non volevo andare in ospedale, ma a casa. Lì mi sono ripresa poco alla volta ma, da allora, guidare da sola era una scommessa con me stessa e il cuore cominciava a martellare per il timore che quell’episodio si verificasse ancora. Poiché le mie condizioni peggioravano, sono stata ricoverata un’altra volta nello stesso reparto di Chirurgia. Lì mi sono state fatte alcune flebo, ben poco più. Lo stomaco si gonfiava a causa della bile e di quel che non avevo digerito, mi veniva riferito e, gonfiandosi, andava a battere sul cuore che, data l’esagerata magrezza, avrei avuto “a forma di pera”.
Marco non si rendeva conto del mio malstare, tant’è che il giorno di Pasquetta (avevo chiesto di essere ricoverata durante le vacanze pasquali temendo l’accanimento di quella maestra!), ha voluto che lasciassi l’ospedale di soppiatto ‘per andare a fare un giro’. Siamo rimasti purtroppo impantanati in campagna e sono rientrata in ospedale alle 18,30, prendendomi una sonora girata nonostante avessi dato ad intendere che m’ero soffermata con Marco negli anfratti dell’ospedale.
Esco dall’ospedale una settimana dopo ma sto ancora male. Su consiglio dei medici, la mattina presto, dopo l’aggressione delle coliche, mi reco in reparto, dove mi viene infilata una cannula nel naso che raggiungerà lo stomaco e dalla quale verrà aspirata la bile. A volte resto lì anche per 4 ore perché devo bere alcune tazze di acqua zuccherata che verrà poi aspirata. Esco e vado al lavoro ma, un bel giorno, un medico mi pone cannula e siringa tra le mani e mi dice: “Dovresti avere imparato ad aspirare da te”. Non ci riesco, invece. Dopo che la cannula ha percorso la narice e mi arriva in gola, non riesco a deglutirla neppure bevendo, mi dà i conati di vomito, mi fa male. Riprendo a ficcarmi le dita in gola, ma non riesco a liberarmi di tutta la bile che ho nello stomaco.
Nell’aprile successivo una mia amica prospetta un fine settimana in Liguria con lei, il suo ragazzo e Marco. Precisa che non intende dormire con me.
Tra me e Marco c’era stato poco, sino ad allora. Sembrava molto impegnato coi suoi testi di studio e questo lo allontava dal rendersi conto del mio costante malessere. Al mare arrivo indenne: la bile, quella mattina, l’avevo già vomitata. Ricordo che, a tavola, guardavo lui e gli altri mangiare lasciando il mio piatto quasi tale e quale poichè sapevo che non avrei digerito un bel niente e non volevo fare brutte figure.
La mattina dopo sono andata nel bagno che dava sul corridoio dell’albergo e ho vomitato, tornandomene poi in camera, dove mi sarei preparata per andare in spiaggia.
Tornata dalla Liguria, ho provato a parlare a Marco del mio stato ma lui insisteva nel dirmi che si trattava di fisime e non ci badava. Un mese dopo, però, mi sono accorta che qualcos’altro non funzionava e ne ho ricevuto presto conferma: ero incinta. Volevo a tutti costi quel bambino nonostante non stessi bene ma mai avrei immaginato gravidanza peggiore. I valori delle transaminasi erano alle stelle, vomitavo in continuazione una bile densa e scura, non digerivo proprio più niente. Ricordo la fulgida sera in cui sono riuscita a finire un piatto di riso lesso e mi è sembrato di toccare il cielo con un dito, il miglior pasto che avessi consumato dall’intervento. Altrimenti, se mangiavo, oltre a sentirmi male, avevo gli scotomi e, del campo visivo, non rimaneva traccia: vedevo solo un caleidoscopio di luci colorate.
Il mio ginecologo aveva sconsigliato di partire per la Jugoslavia in viaggio di nozze ma, dispiaciuta per Marco, che aveva già prenotato, abbiamo temerariamente affrontato quel viaggio in più giorni. E’ stato un inferno e, una volta arrivati a destinazione, pensavo mi si sarebbe sepolta lì, non così distante dal corpo di mio zio, morto infoibato. Tornati nella nostra casa in affitto, l’inferno continuò. Marco non c’era quasi mai, non avevamo un telefono poichè lui non lo voleva, avevamo un’auto sola, usata solitamente da lui. Talvolta, il sabato e la domenica, per timore che uscissi, portava con sé anche la mia copia di chiavi. Non capiva che, sigillata in quelle pareti, non avrei saputo cosa fare se mi fossi sentita male. Per fortuna, se così si può dire, il sabato di dicembre in cui sono stata davvero malissimo, lui era uscito lasciando le mie chiavi appese al solito posto. Non vedevo più niente e capivo che non potevo starmene sola, in quello stato. Nè, dalla confusione, ho pensato di attraversare a tastoni il pianerottolo e chiedere aiuto all’anziana signora che mi abitava di fronte. Praticamente cieca, distinguendo solo le luci dei semafori e quelle dei lampioni e conoscendo la strada a memoria, sono riuscita a guidare fino alla casa dei miei, non troppo distante. Ho tastato i campanelli, chiedendo poi loro di scendere a prendermi. Seduta sul letto, ho cominciato a vomitare qualcosa di color nero. E’ stato così tutta la notte. Intanto mi tastavo l’addome: sembrava rimpicciolito, più duro e il bambino era molto irrequieto. I miei genitori avevano capito trattarsi di un’urgenza ma, quando Marco, non trovandomi a casa e considerando che non avevo dato alcun giro di serratura alla porta, ha chimato la mia famiglia, li ha convinti ad attendere a ricoverarmi fino all’indomani mattina. Secondo lui si trattava infatti di un fatto transitorio. I miei hanno risposto positivamente, sebbene perplessi.
Sono entrata in ospedale, reparto di ginecologia, il 17 dicembre e ne sarei uscita il 13 gennaio. Sempre con le flebo dalle primissime ore del mattino fino a tarda sera, il bambino cresceva in modo impressionante. Vomitavo ugualmente ma, perlomeno, eravamo nutriti dal contenuto di quelle tre grandi bocce.
Il 3 gennaio il ginecologo mi rompe il tappo di muco e, a mezzanotte, iniziano le doglie, già molto vicine l’una alla’altra. Alle undici e mezzo del 4 gennaio le acque s’erano rotte ma il bambino era ancora in posizione molto alta e non avevo spinte. Alle 14 è stato chiamato il ginecologo. Non c’era il tempo per chiamare un anestesista e, perdipiù, le mie condizioni erano tali da sconsigliare l’uso dell’anestesia. Il battito fetale era alterato: bisognava intervenire immediatamente. Fu così che il ginecologo si fece portare il carrello coi forcipi ed è stato necessario usare quello più grande. Trentacinque minuti di apocalisse, che non saprò mai descrivere degnamente a parole, e mio figlio era nato, anche se non riuscivo a vederlo a causa delle flebo e delle inizioni che mi avevano fatto per favorire la dilatazione. Due giorni dopo avevo 40 di febbre. “Febbre epatica” aveva sentenziato il mio ginecologo che, qualcosa, aveva intuito. Ciononostante, il pediatra dov’era stato ricoverato mio figlio a causa della frattura di una clavicola, mi proibiva i contatti con il bambino, certo trattarsi d’influenza. L’ho visto per qualche giorno attraverso un vetro e, l’11 genaio, mi sembra, io e Marco siamo rincasati senza di lui. Il 13 l’ho trovato solo soletto in una stanzetta, con entrambe le sponde del lettino abbassate e il coprifasce pieno di rigurgito.
Ma, di lì a mezz’ora, eccoci a casa, finalmente! Mattia pesava quasi 4 chili e 70 grammi di latte artificiale non gli bastavano, tant’è che piangeva tutta la notte. A me, con quell’impennata della temperatura, il latte se n’era andato via. Un rosario di notti insonni per due mesi e mezzo. Io ero molto provata: oltre a dover star seduta su due sedie e a faticare a camminare, vomitavo una bile densa e gialla come tuorlo d’uovo. Si trattava di un assillo quotidiano. Avevo oltretutto una faccia chiazzata di nero, macchie che se ne sarebbero andate dieci anni dopo. Stavo male, malissimo. Eppure dovevo badare in qualche modo alla casa, al bambino, a Marco. Convivere col dolore fortifica: ora lo so.
Il tempo passava e non miglioravo affatto. Dal canto suo, Marco era presente solo all’ora di cena. Diceva di essere stato tutto il giorno a lavorare, un ritornello che ha ripetuto per quasi 20 anni. Eppure, ogniqualvolta provavo a telefonargli (quando Mattia ha compiuto sei anni ho fatto installare il telefono), non lo trovavo e nessuno sapeva dove fosse. La sera glielo chiedevo, ma lui rispondeva che non s’era mai mosso dall’ufficio. Inutile porgli altre domande: si arrabbiava, arrivando addirittura a picchiarmi. Neppure aveva più voluto avere rapporti sessuali con me da dopo la prima notte di nozze adducendo la scusa che, un figlio, l’avevo e il suo compito poteva dunque dirsi concluso. Indubbiamente aveva altri interessi chissà dove. Quando vedeva che non stavo bene me ne faceva una colpa, s’innervosiva, diceva che sarebbe stato meglio separarci lasciando che il bambino venisse affidato a lui, che l’avrebbe allevato insieme alla madre. Aggiungeva che, se non ero d’accordo, mi avrebbe fatto fare la perizia psichiatrica poiché una che sta sempre male è indubbiamente una malata di mente. Ero umiliata, piangevo, ma lui imperversava.
Quando riferivo quel che stava accadendo tra me e lui ai miei genitori, loro pensavano esagerassi e replicavano che, essendo già stati talmente provati dal fatto che mi fossi sposata aspettando un bambino, mai avrebbero tollerato che mi separassi.
La mia vita, già disastrata, si stava trasformando in un incubo. Sono sopravvissuta grazie al mio bambino, alla forza che talora dà la disperazione. Preoccupata e stressata com’ero, la mia poca salute sembrava sfuggirmi totalmente di mano. Ora le coliche erano frequentissime, non digerivo davvero niente, mi venivano forti crisi di spossatezza, in cui mi era difficile affrontare le più banali incombenze. Marco, vedendomi in quello stato, incattiviva, non accettava. Ormai ero soltanto quella malata di mente che lui aveva disgraziatamente sposato. Mai una sera che accettasse di vedere un programma televisivo con me: solo partite. Di certo voleva che mi togliessi di torno, che chiedessi la separazione. Infatti eravamo sempre a casa da soli, io e Mattia. Cenavamo da soli e Marco si presentava verso le nove di sera mettendosi ad ingurgitare una cosa via l’altra in un silenzio che raggelava nonostante io fossi seduta al suo stesso tavolo. Dopodiché si metteva davanti alla tele e mai replicava, qualsiasi cosa dicessi. Le settimane scorrevano nel più ottuso silenzio. Mi si rivolgeva soltanto per rimproverarmi del mio stato di salute mentale, visto che mi sorprendeva talvolta a vomitare, sempre più convinto di avere sposato una pazza.
Le poche volte in cui siamo andati in vacanza insieme, la situazione diventava ancor più intollerante della vita quotidiana. Pativo il caldo e mi veniva la febbre, non potevo mangiare quello che c’era, lo vomitavo e non potevo nascondermi, fingere. Ed ecco due ombrelloni, in spiaggia, due sedie a sdraio e me sempre da sola. Marco non so dove andasse.
Gli anni successivi finì per restarsene a casa, convincendomi a partire con sua madre e Mattia per la montagna. Non mi lasciava portare neanche la macchina e ci accompagnava lui temendo che, data la mia malattia “mentale”, non avrei potuto governare il bambino da sola né guidare un’auto senza incorrere in drammi incresciosi.
Ero rassegnata a quella vita e non vedevo orizzonti.
“Con te non si può mai fare niente!” ripeteva Marco, alzando sovente le mani. No, non sporsi mai alcuna denuncia poiché, a lungo andare, di lui avevo paura.
Tutti, eccetto i miei genitori, mi consigliavano di separarmi. Ma si viveva in una casa d’affitto, non avevo un soldo da parte. Ormai dormivo sul limite estremo del materasso, avevo capito che, molto spesso, al pomeriggio, Marco se ne vagava chissà dove in cerca di avventure. Oltre a vivere un matrimonio bianco, non poteva infatti essere che Marco, la primavera, avesse la mano sinistra abbronzata, la destra bianca e che, d’estate, fosse lo stesso per tutto il braccio. Eppure continuava a giurare di non spostarsi mai dall’ufficio, neppure per un momento.
Consultai un’avvocato. Mi disse che la causa sarebbe durata parecchio e costata altrettanto poiché Marco non avrebbe accettato una consensuale e avrei dovuto procurarmi le prove dei suoi tradimenti e non solo quelle.
L’investigatore da cui mi recai mi chiese una cifra esorbitante e dovetti lasciar perdere. Inutile dire che soffrivo parecchio e che la mia già poca salute ne risentiva. Quel malstare, mio e di Marco, si ripercuoteva su Mattia e non fu un caso che venissimo convocati dalle maestre dell’asilo poichè il bambino mostrava ‘strani comportamenti’. Anche loro, vedendo Marco starsene sempre in silenzio a giocare nervosamente col il suo mazzo di chiavi e avendo ricevuto talune mie confidenze, mi consigliarono di separarmi. Per il bene del bambino in primis, sottolinearono. Non sapevo più cosa fare: ero su una zattera in alto mare e la mia salute peggiorava poiché, anche se ancora non lo sapevo, avrei dovuto evitare ogni forma di stress e ne ero invece sommersa.
Nurtrirsi quasi di nulla senza mai digerire non è piacevole. Specie se devi cucinare cose appetitose per altri che resti poi a guardare invidiandoli e sapendo che a te non toccherà mai quel privilegio che loro non ritengono tale e di cui nemmeno s’accorgono.
Alle coliche ben presto s’aggiunsero dei malori che potrei definire ‘sensazioni di morte imminente’ e che avevo già provato, ma non così forti. Lo stomaco che si gonfia, dove tutto ristagna, il cuore che comincia a battere all’impazzata, nessun tranquillante che lo possa calmare. Quanti battiti al minuto? Qual era lo mia pressione sanguigna? Come potevo muovermi? Non avevo più gambe e più braccia, il sangue pulsava all’impazzata solo dentro il torace e nella gola. Non un verso, un suono che riuscisse ad uscire dalle mie labbra. Stesa sul letto preda dell’impotenza, la paura che peggiorava la situazione, Marco che mi guardava come si guarda un relitto, un qualcosa che disgusta e spaventa e andava ad accoccolarsi cupo e nervoso davanti alla tele. Perlomeno Mattia mi prendeva la mano, guardandomi però spaventato, e non sapeva che fare. Io che mi spronavo mentalmente a superare. Per Mattia, almeno per lui. Ma il cuore non ubbidiva ai comandi, era un cavallo senza condottiero che scalciava e s’impennava. Poi, d’improvviso, dopo qualche ora di quella tortura, era come se intendesse fermarsi, troppo stanco a causa della corsa furente. Non lo sentivo neppure più battere, il respiro diventava debole, quasi assente, quasi dovevo ricordarmi di respirare. Che combinavano i miei polmoni’ Perché non si muovevano con la consueta regolarità? E il cuore? Aveva forse intenzione di smettere il suo perenne pulsare? Che mi stava accadendo, Dio mio? Inerme davanti all’orrore, nelle grinfie di un nemico di cui ben poco sapevo, senza un’ancora di salvataggio, ecco che, appena provavo a muovere un solo dito, il cuore tornava ad esplodermi nel petto e non ho sapevo perché, cosa cosa diavolo avessi. Così era per tutta la notte e almeno metà della giornata successiva. Sola in casa senza poter muovere un dito e la paura arrancava. Ricordo la mattina in cui provai a muovere una mano verso il comodino per prendere la pastiglia che aveva posato Mattia la sera precedente. Senza che il gesto venisse compiuto nella sua interezza, fu come se la mano della Morte si fosse posata sulla mia. Il cuore riprese a battere con quel suo ritmo impazzito, la circolazione si concentrò nel torace, mi sentivo confinata nella più assoluta impotenza e, intanto, cercando di spostare l’attenzione altrove, ringraziavo confusamente il Cielo perché mi era stato detto che non avevo il cuore malato, al contempo cercando di scacciare il pensiero che anche un cuore sano, sottoposto a quello sforza, avrebbe potuto infartuarsi. Ma la causa di tutto rimaneva un mistero. Aveva forse ragione Marco, ero pazza, pensai. Non persi tempo e mi recai dalla migliore psicanalista della città. Mi disse che avevo un Io forte e che, con tante vicissitudini negative recenti e alle spalle, più una salute malferma che era sicuramente peggiorata dalla situazione matrimoniale che stavo vivendo, chiunque avrebbe reagito ben peggio. Non così convinta, presi appuntamento anche da un altro. Pareva fossi molto sana di mente nonostante lo stress, il Q.I. era sopra la media. Avrei forse solo dovuto separarmi e vivere con più tranquillità.
Intanto, quando mi capitava di essere invitata a qualche cena, i miei ‘no, grazie’ sfilavano l’uno via l’altro. Le rare volte in cui prendevo parte, così come accadeva alla mensa scolastica, ero costretta a rinunciare a buona parte delle portate e la gente finì per etichettarmi come ‘anoressica’, confermando, almeno in parte, le teorie di Marco. Oltretutto pesavo 43 chili su un metro e 67 cm. di statura. E Marco che, per avvalorare la sua aura di pover’uomo costretto a condividere il medesimo tetto con una donna malata di mente, o solo perchè sempre più stanco del ménage familiare, se ne usciva da casa sempre più trascurato. Si ringalluzziva a Carnevale quando, da solo, andava a festeggiare nei migliori locali della città, con tanto di maschera.
Col procedere del tempo, sopraggiunse un nuovo problema. Durante la notte mi si gonfiavano e mi si irrigidivano le mani e le gambe. Una mattina, caddi addirittura per terra poiché non riuscivo a reggermi in piedi. Ma, quel che era ancor più mi preoccupava era che, in concomitanza, la vista mi si abbassava fino a rendere sfumato quel che vedevo, impedendomi di penetrare il contesto... Era come se i globi oculari si irrigidissero al pari degli arti, specie le gambe: due pezzi di legno utili a sorreggermi a malapena ma non a farmi muovere. Quando questo mi succedeva camminando, mi sentivo persa in un vicolo cieco. Come per le sospensioni del respiro, dovevo fare in modo che il cervello mandasse i comandi alle estremità. Come?
“Metti avanti la gamba destra – dicevo a me stessa – Adesso la sinistra...” Ma perché non riuscivo neppure a piegarle? Facevano male, oltretutto. Perchè mi stavo pietrificando in mezzo ad una via, una piazza? Intanto sudavo a goccioloni e, talora, non c’erano punti di riferimento attorno, non c’erano persone cui chiedere aiuto. Ricordo quando, a novembre, andai al cimitero. Ero sudata, mi sentivo un gran peso sullo stomaco ma non avrei immaginato che, attraversato il primo campo, la vista cominciasse a sfumare, nè che le gambe mi si irrigissero ad un tale punto da rendermi impossibile il resto del percorso. Ad un certo punto intravidi una frotta di persone.
“Devo andarmene da qui – dissi loro – Sto male”
“Il cancello è laggiù – Vada sempre dritto” mi venne risposto.
Lo sapevo, sapevo da dov’ero venuta ma cone potevo fare dietrofront e incamminarmi verso l’uscita? Era il panico, il cuore martellava come un ossesso. Sarei forse morta nel bel mezzo del cimitero, pensai.
Poi vidi una sagoma confusa. Mi sembrò che avesse i capelli bianchi. Non persi tempo e dissi.
“Sto malissimo. Se non mi aiuta ad uscire dal cimitero, muoio qui”.
Era un anziano che comprese il mio stato. Sudavo d’altronde a fiotti. Mi prese sottobraccio e, sorreggendomi più che poteva, mi accompagnò piano piano fino a casa. Mai avrò tempo sufficiente per rinnovargli il mio ‘grazie’, anche se non saprei riconoscerlo, Nè gli ho chiesto che nome avesse.
Si era intanto arrivati all’aprile del 1995 e prenotai una visita da un reumatologo, che mi consigliò una serie di esami. Nessun reumatismo, mi disse. Quel pomeriggio, seduta stante, si fece portare una siringa e mi prelevò un campione di sangue. Quando tornai da lui mi spiegò che ero positiva alla crioglobulinemia e che, con ogni probabilità, ero affetta da epatite C. Non fu piacevole spalancare la busta con l’esito degli esami. La sentenza l’avevo davanti agli occhi, inconfutabile, inarginabile: epatite C. Telefonai ad un infettivologo fingendomi una parente di una persona affetta dalla mia stessa patologia e chiesi, tra l’altro, quant’era il tempo medio di sopravvivenza dopo l’infezione.
“Vent’anni” rispose.
Era il 1995 e la mia trasfusione era avvenuta nel 1975. Tornai sul lavoro e, con un groppo alla gola, affrontai le consuete incombenze. Ma la mente era altrove. Cosa mi rimaneva da fare, se non redigere il testamento? Avrei dovuto lasciare Mattia, ancora adolescente, nelle mani di Marco. Perché un destino talmente crudele?
Quando la sera mostrai l’esito a Marco, lui stava togliendo una giacca dal guardaroba. Si voltò per leggere il foglio eppoi disse:
“Sei solo malata di mente”.
Il discorso si chiuse con quelle parole e i rapporti tra me e lui continuarono allo stesso modo, come se nulla fosse cambiato.
Tenevo per me quel segreto, quella ‘lettera scarlatta, la lettera “C”. Quando avevo provato a confidarmi con qualcuno avevo ottenuto come risposta o commiserazione o l’invito a parlare distante e con qualcosa davanti alla bocca. Mi vergognavo di quella malattia che non ero stata io a cercarmi e che non se ne sarebbe mai andata senza portarmi con sé.
Rifiutai comunque sia la biopsia epatica sia quella ossea. Erano i medici dell’ospedale della mia città ad avermi ridotta in quello stato. Meglio stare alla larga.
Grazie alle conoscenze di una parente mi recai da un luminare che mi disse che avevo fatto bene a non accettare le biopsie poiché, avendo una tendenza alle emoraggie, quella epatica avrebbe potuto causarmi conseguenze sgradevoli. Fu lui l’unico a parlarmi di ‘genoma virale’ per eventualmente considerare una terapia interferonica. Mi recai così a Como poiché, nella mia città, non si faceva quel tipo di esame. Il genoma era il più aggressivo, l’1b, quello che non ti dà tregua, cui non importa un bel niente dell’interferone. Avrei dovuto vivere senza stress, consigliò il luminare. Come potevo, in quella famiglia?
A complicare le cose, dopo due anni e mezzo venni a sapere che Marco era stato visto con una giovane donna di colore che aveva accompagnato in auto dietro la stazione. Era successo un giovedì e, sapendolo abitudinario, il giovedì successivo mi recai sul luogo armata di macchina fotografica e registratore. Era estate e, alle otto di sera, c’era ancora la luce. Quando lo vidi arrivare e lui si fermò per fare scendere l’africana, scattai alcune fotografie e nemmeno dei due se ne accorse. Poi, come se ne fu andato, andai dalla giovane di colore che s’era nel frattempo rifugiata in una cabina e le dissi che l’uomo con cui s’era appena incontrata era mio marito.
“Io fare il mio lavoro – replicò in malo modo - Lui detto me ‘io no sposato, io no figli’. Tu prendertela con marito e non con me”. Nel frattempo una frotta di ‘amiche’ le si era accalcata attorno e, una di loro, mentre mi diceva ‘fottiti’ in inglese, mi diede una spinta alla spalla nel tentativo di farmi cadere. Confabularono poi tra loro e, alla fine, mi si avvicinò una nigeriana con capelli tinti di rosso e mi disse, cercando di usare un tono non troppo sfacciato:
“Tu prendertela con marito. Questo è il nostro lavoro”.
Tornai a casa e inventai una scusa, poichè nel contempo, Marco era già seduto davanti alla tavola vuota di tutto. L’indomani telefonai all’avvocato che mi consigliò di tacere per qualche tempo, non so perché. Fu una faticaccia. Ma il sabato in cui, durante una discussione, Marco disse ‘se io dico bianco tu dici nero”, sbottai. Era d’altronde nera la donna con cui l’avevo visto.
Avevo registrato e non capivo nulla. Dove trovare un’interprete. Vagai per le vie della città finché non vidi una donna scura di pelle, robusta e un po’ trasandata. Non avevo tempo per cincischiare e le esposi immediatamente il problema. Fu onesta nel suo resoconto e mi spiegò che erano almeno sei mesi che Marco incontrava regolarmente la stessa prostituta con cui avevo parlato. Aggiunse che lei e le sue colleghe, durante quell’incontro alla stazione, mi avevano caricata di brutte parole e, in parte, l’avevo capito. Nè mancò di riferirmi che mio marito le aveva detto di non essere né sposato e di non avere figli. Altra conferma a quel che la prostituta mi aveva già detto. Magnifico: mio marito aveva una relazione con una prostituta nigeriana. E Prima? Difficile rendere a parole quel che si prova.
Sulle prime Marco negò tassativamente. Ma, quando seppe che ero in possesso di registrazione e fotografie (che l’avvocato mai mi rese!), mentì spudoratamente, dicendo che s’era trattato dell’unica volta.
“Sono dunque una maga!” risposi.
“Forse due” soggiunse.
Ma, tra un litigio e l’altro, le ‘volte’ divennero 15, poi ventidue, poi... un ‘non ricordo più’. Mi raccontò che la accompagnava in un motel sul lago, dove rimanevano tra le lenzuola un intero pomeriggio. Persino aggiunse che, finalmente, al suo fianco c’era una ragazza indubbiamente bella e indubbiamente sana, sottolineò. Intanto aveva però mutato le proprie vedute e, dopo tanti anni in cui mi aveva implorata di andarmene, spesso imponendomelo, mi chiedeva di non fare alcuna separazione, giurandomi fedeltà eterna. Era ovvio temesse la giudiziale, corredata della presentazione delle ‘prove’. Ma le volte in cui mi vedeva piangere per il dolore, non mancava di dirmi:
“Devi capire che, oltre a non essere più giovane, sei anche malata. Io non la voglio una donna malata. Sia si tratti di malattia mentale che di epatite o altro”.
La separazione fu consensuale perché di lui, specie dopo quella scoperta e il modo aggressivo con cui mi si era spesso rivolto, avevo ancor più paura. Quando se ne andò, a novembre, fui io a metter i suoi indumenti in qualche valigia.
Eppure non ricordo quante ancora sono state le volte in cui mi ha accusata d’essere malata e di averlo così costretto a cercare altrove quello che in casa gli sarebbe invece stato impedito.
“Prima mi comportavo così perchè pensavo fossi pazza. Dopo ho continuato poiché ti sapevo malata. Malata per sempre di epatite C”.
Questa la spiegazione.
Via lui, le transaminasi si mantennero mosse ma non raggiunsero più certi livelli.
Mattia era più sereno, io pure. Intanto cresceva. Cominciava ad uscire coi suoi amici, ma sempre con addosso la pena che mi potessi sentire male in ogni momento, visto che mi lasciava da sola. Quando mi capitava qualche malore leggevo il terrore, sul suo volto. Ancora oggi, pur desiderando farsi una sua vita e andarsene a vivere sul luogo dove lavora, continua a procrastinare la realizzazione dei suoi desideri poiché teme possa sentirmi male soprattutto la notte.
Non so se mi risposerei, dopo l’esperienza matrimoniale avuta ma, ogni volta che i miei corteggiatori vengono a sapere che sono affetta da questa malattia, se la svignano, chi con una scusa, chi con un’altra. Li posso dopotutto capire.
Lo scorso 27 febbraio ho saputo che, con ogni probabilità, non potrò andare in pensione il 31 dicembre, pur avendo già presentato domanda.
Sono una donna stanca anche se mi appello ad ogni energia e temo di non farcela a lavorare altri 7 anni senza crollare. Sì, la propsettiva mi deprime, mi dà l’angoscia. D’altronde, come afferma il mio Professore curante, i virus dell’epatite C causano già di per se stessi ansia e depressione e si annidano anche nel cervello.
Ciononostante lui come altri, sono rimasti stupiti sapendo che la mia richiesta di risarcimento-danni è stata respinta pur essendo stato precedentemente riconosciuto il nesso causale. Tante persone con la stessa malattia, contratta press’a poco nel mio stesso periodo, hanno beneficiato di sentenze opposte. La Giudicessa che ha siglato il ‘no’ si è rifatta alla sentenza precedentemente emessa da un Collega in una causa simile alla mia e s’è basata sul periodo in cui ho contratto la malattia. Non mi resta che pensare che, chi ha giudicato, goda ottima salute e che non sappia immedesimarsi nei problemi degli altri. Come mai altri Giudici, anche se si trattava di infezioni avvenute negli anni ’70, hanno invece espresso parere favorevole al risarcimento dei danni subiti? Anche a quei tempi esistevano regole precise: il tasso delle transaminasi dei donatori non doveva essere oltre la norma e non si poteva somministrare sangue che contenesse agenti infetti, con o senza nome di battesimo.
Quando sono stata sottoposta alla visita del CTU, un quarantenne quasi calvo e segaligno, di ben poche parole, ho dovuto anche ascoltare senza battere ciglio il discorso che gli ha fatto, in mia presenza, il CT di controparte, Primario del Reparto d’Infettivologia della mia città, che ha peraltro sorvolato sul riconoscimento del nesso causale:
“A quest’ora questa donna dovrebbe essere morta. Se non morta, con una cirrosi o un tumore epatico”. Forse non sapeva che, se contratta in giovane età, l’epatite C può concedere lustri di anni, come mi ha poi spiegato il mio Professore curante. Questo purtroppo capita assai raramente se la si contrae in età più avanzata.
Bianco e rosso, robusto e ovviamente sano, il primario dell’Infettivologia! Che Bengodi dev’essere la sua vita! E chissà se lo sa! Chi ha il corpo alleato non può immaginare come si possa vivere quando il corpo diventa nemico.
Il mio Professore non mi ha mai nascosto che avere l’epatite C, genoma b1, oltretutto, significa camminare con una spada di Damocle che ti pende costantemente sopra la testa, visto che, dall’oggi al domani, dentro il tuo fegato, può scatenarsi un tumore. Ma il sentirsi dire quelle parole che tolgono di mezzo la speranza di vedersi con qualche filo bianco in testa o con un nipotino in braccio, fa davvero male, è una stilettata profonda. Mi veniva da piangere, in quei momenti, ma sono riuscita a differire le lacrime. Quelle parole hanno comunque convertito il CTU, sebbene fosse da convertire. Mentre un primo CTU, quello nominato per la causa per l’indennizzo, aveva considerato un’invalidità del 50%, ecco che, in quest’occasione, mi è stato riconosciuto un misero 15%. Tutto questo considerando non solo il mio stato di salute, ma anche quel che a causa di questa malattia ho dovuto subire e subirò, compresi quel tumore o quella cirrosi che, a detta del Primario di Infettivologia, sono già in ritardo sulla tabella di marcia.
Ho inoltrato domanda d’appello a Torino. Ma sono rinvii su rinvii, in attesa che si risolva la ‘causa collettiva’, a Roma. Se pur andasse bene e venisse tenuto in considerazione quel misero 15%, da quel che capisco, avrei diritto a non oltre 60.000 Euro dilazionabili in 10 anni. Questa, sarebbe giustizia?
Daniela

